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Globalizzazione e nuovo modello di sviluppo

Di solito quando una multinazionale delocalizza dal nostro Paese e si va a stabilire in un territorio dove il costo del lavoro costa meno, migliaia di persone perdono il proprio posto di lavoro, altrettante dell'indotto finiranno per perderlo poco dopo, tante famiglie si vedranno private del proprio reddito o comunque lo vedranno fortemente ridotto.

Non si tratta della cronaca delle conseguenze di una guerra, ma del risultato terribile della politica industriale di tante aziende multinazionali.

Con la semplicità e la leggerezza con cui si firma un documento, i vertici di queste aziende decretano non solo un dramma per migliaia di operai, di impiegati, ma assestano anche gravi colpi all'economia dei territori, anche se nel passato, in particolare, spesso queste attività hanno potuto godere di innumerevoli benefici e contributi a fondo perduto.

Certo l'Italia non si distingue per le agevolazioni che fornisce agli imprenditori. Da anni immemorabili si parla e si scrive di carenze infrastrutturali, culturali, organizzative e delle insufficienze delle pubbliche amministrazioni e della nostra giustizia.

Le decisioni di chiudere gli stabilimenti vanno però viste anche sotto un'altra prospettiva. Per capire il vero “perché” è bene cercare di indagare sulle politiche e nelle strategie globali delle multinazionali presenti in tutto il mondo. Per tentare di far luce sui meccanismi della “globalizzazione”.

Ed allora cerchiamo di leggerla bene questa “globalizzazione”.

La “globalizzazione” è sostanzialmente questo: distinguere il proprio profitto dal ruolo sociale della produzione, disgiungere il proprio tornaconto da leggi, convenzioni ed accordi nazionali, separare la effettiva proprietà, in mano alla finanza internazionale, dalla produzione. Peraltro, “negli ultimi anni – si legge nell'enciclica Caritas in Veritate di Papa Benedetto XVI – si è notata la crescita di una classe cosmopolita di manager, che spesso rispondono solo alle indicazioni degli azionisti di riferimento costituiti in genere da fondi anonimi che stabiliscono di fatto i loro compensi”. Il Papa in pratica usa lo stesso linguaggio del suo predecessore Pio XI che profeticamente nella sua Quadragesimo anno affermava: “E in primo luogo ciò che ferisce gli occhi è che ai nostri tempi non vi è solo concentrazione della ricchezza, ma l'accumularsi altresì di una potenza enorme, di una dispotica padronanza dell'economia in mano di pochi, e questi sovente neppure proprietari, ma solo depositari e amministratori del capitale, di cui essi però dispongono a loro grado e piacimento”.

Sul mercato del lavoro esistono ovviamente delle “piazze” di gran lunga più convenienti di quella italiana, che anzi si distingue da tempo per l'alto costo del lavoro e per i mille intralci burocratici che contrappone a chi vuole investire. La scelta “logica” del mercato mondiale è quella, quindi, di delocalizzare gli impianti altrove... lo fanno imprenditori italiani che si trasferiscono all'estero, figuriamoci le multinazionali, il cui centro decisionale si trova in altri Paesi. È una logica singolare, certamente deformata, comunque mostruosa. In pratica, si chiude qui solo perché non è abbastanza conveniente sulla scacchiera internazionale restarci ed anche perché occorre “consolidare” la rendita azionaria altrove. Per questo giustamente Papa Francesco ha denunciato che: «Chi per manovre economiche, per fare negoziati non del tutto chiari, chiude fabbriche, chiude imprese lavorative e toglie il lavoro agli uomini, compie un peccato gravissimo», ribadendo che il «lavoro ci dà dignità e i responsabili dei popoli, dirigenti, hanno l'obbligo di fare di tutto perché ogni uomo e ogni donna possa lavorare e cosi avere la fronte alta, guardare in faccia gli altri con dignità» (S. S. Papa Francesco, udienza del mercoledì del 15 marzo 2017).

Presso la casa madre, cioè, si punta per vincere. E per vincere a tutti i costi si getta via il sacrificabile. Ossia l'Italia, che si presenta spesso debole all'interno della stessa multinazionale negli equilibri di potere. E perché non possiede un governo nazionale sufficientemente forte da creare troppi problemi quando si va via. Ma in generale tutta l'Europa è destinata a diventare presto solo un grande mercato con grosse riduzioni della produzione.

Per giunta, i “numeri” italiani restano ancora distanti dagli altri paesi industrializzati: il ritmo di crescita, il prodotto interno lordo, la produttività, ecc. ecc., registrano tassi inferiori tra quasi tutti i paesi dell'area Euro, la pressione fiscale è perennemente superiore a quella dei nostri competitori.

Quanto all'andamento più generale dell'economia, le statistiche ci dicono che i posti di lavoro aumenteranno, se aumenteranno, con tassi insignificanti.

Oggi le potenzialità per ripartire ci sono a patto che si cambi “pelle” e si ripensi ad un nuovo modello di sviluppo attraverso il rilancio delle infrastrutture e dei lavori pubblici, un ricorso più agevole al credito bancario, una burocrazia più snella, una migliore formazione del personale, una giustizia più veloce ed efficiente.

Anche, però, il sistema imprenditoriale dovrà farsi carico di una maggiore competitività di prodotto e di processo e quindi di un costante aggiornamento dell'uno e dell'altro.

Si tratta di una strada obbligata, soprattutto, per la piccola e media impresa, perché il problema di fondo resta la crescita insoddisfacente per poter affrontare adeguatamente il “mercato globale”.

Il caso delle singole multinazionali che delocalizzano dall'Italia pone, dunque, in maniera drammatica il problema di questo tipo di economia globalizzata, nell'ambito della quale i capitali si spostano, secondo convenienza, dove produrre costa meno.

E davanti ad uno strapotere tanto forte da schiacciare popoli e nazioni, si mettono in tragica evidenza i ritardi culturali dell'Europa e dell'Italia, nonché i limiti delle vecchie ideologie.

Davanti alle legittime proteste dei lavoratori si fa appello alla preistorica logica del “lasciar fare”, che appare nel 21° secolo del tutto inadeguata, dal momento che il nuovo capitalismo, (definito da Luttwak “turbo-capitalismo”) è in grado di abbattere addirittura strutture sociali e Stati nazionali.

Di solito quando una multinazionale delocalizza dal nostro Paese e si va a stabilire in un territorio dove il costo del lavoro costa meno, migliaia di persone perdono il proprio posto di lavoro, altrettante dell'indotto finiranno per perderlo poco dopo, tante famiglie si vedranno private del proprio reddito o comunque lo vedranno fortemente ridotto.

Non si tratta della cronaca delle conseguenze di una guerra, ma del risultato terribile della politica industriale di tante aziende multinazionali.

Con la semplicità e la leggerezza con cui si firma un documento, i vertici di queste aziende decretano non solo un dramma per migliaia di operai, di impiegati, ma assestano anche gravi colpi all'economia dei territori, anche se nel passato, in particolare, spesso queste attività hanno potuto godere di innumerevoli benefici e contributi a fondo perduto.

Certo l'Italia non si distingue per le agevolazioni che fornisce agli imprenditori. Da anni immemorabili si parla e si scrive di carenze infrastrutturali, culturali, organizzative e delle insufficienze delle pubbliche amministrazioni e della nostra giustizia.

Le decisioni di chiudere gli stabilimenti vanno però viste anche sotto un'altra prospettiva. Per capire il vero “perché” è bene cercare di indagare sulle politiche e nelle strategie globali delle multinazionali presenti in tutto il mondo. Per tentare di far luce sui meccanismi della “globalizzazione”.

Ed allora cerchiamo di leggerla bene questa “globalizzazione”.

La “globalizzazione” è sostanzialmente questo: distinguere il proprio profitto dal ruolo sociale della produzione, disgiungere il proprio tornaconto da leggi, convenzioni ed accordi nazionali, separare la effettiva proprietà, in mano alla finanza internazionale, dalla produzione. Peraltro, “negli ultimi anni – si legge nell'enciclica Caritas in Veritate di Papa Benedetto XVI – si è notata la crescita di una classe cosmopolita di manager, che spesso rispondono solo alle indicazioni degli azionisti di riferimento costituiti in genere da fondi anonimi che stabiliscono di fatto i loro compensi”. Il Papa in pratica usa lo stesso linguaggio del suo predecessore Pio XI che profeticamente nella sua Quadragesimo anno affermava: “E in primo luogo ciò che ferisce gli occhi è che ai nostri tempi non vi è solo concentrazione della ricchezza, ma l'accumularsi altresì di una potenza enorme, di una dispotica padronanza dell'economia in mano di pochi, e questi sovente neppure proprietari, ma solo depositari e amministratori del capitale, di cui essi però dispongono a loro grado e piacimento”.

Sul mercato del lavoro esistono ovviamente delle “piazze” di gran lunga più convenienti di quella italiana, che anzi si distingue da tempo per l'alto costo del lavoro e per i mille intralci burocratici che contrappone a chi vuole investire. La scelta “logica” del mercato mondiale è quella, quindi, di delocalizzare gli impianti altrove... lo fanno imprenditori italiani che si trasferiscono all'estero, figuriamoci le multinazionali, il cui centro decisionale si trova in altri Paesi. È una logica singolare, certamente deformata, comunque mostruosa. In pratica, si chiude qui solo perché non è abbastanza conveniente sulla scacchiera internazionale restarci ed anche perché occorre “consolidare” la rendita azionaria altrove. Per questo giustamente Papa Francesco ha denunciato che: «Chi per manovre economiche, per fare negoziati non del tutto chiari, chiude fabbriche, chiude imprese lavorative e toglie il lavoro agli uomini, compie un peccato gravissimo», ribadendo che il «lavoro ci dà dignità e i responsabili dei popoli, dirigenti, hanno l'obbligo di fare di tutto perché ogni uomo e ogni donna possa lavorare e cosi avere la fronte alta, guardare in faccia gli altri con dignità» (S. S. Papa Francesco, udienza del mercoledì del 15 marzo 2017).

Presso la casa madre, cioè, si punta per vincere. E per vincere a tutti i costi si getta via il sacrificabile. Ossia l'Italia, che si presenta spesso debole all'interno della stessa multinazionale negli equilibri di potere. E perché non possiede un governo nazionale sufficientemente forte da creare troppi problemi quando si va via. Ma in generale tutta l'Europa è destinata a diventare presto solo un grande mercato con grosse riduzioni della produzione.

Per giunta, i “numeri” italiani restano ancora distanti dagli altri paesi industrializzati: il ritmo di crescita, il prodotto interno lordo, la produttività, ecc. ecc., registrano tassi inferiori tra quasi tutti i paesi dell'area Euro, la pressione fiscale è perennemente superiore a quella dei nostri competitori.

Quanto all'andamento più generale dell'economia, le statistiche ci dicono che i posti di lavoro aumenteranno, se aumenteranno, con tassi insignificanti.

Oggi le potenzialità per ripartire ci sono a patto che si cambi “pelle” e si ripensi ad un nuovo modello di sviluppo attraverso il rilancio delle infrastrutture e dei lavori pubblici, un ricorso più agevole al credito bancario, una burocrazia più snella, una migliore formazione del personale, una giustizia più veloce ed efficiente.

Anche, però, il sistema imprenditoriale dovrà farsi carico di una maggiore competitività di prodotto e di processo e quindi di un costante aggiornamento dell'uno e dell'altro.

Si tratta di una strada obbligata, soprattutto, per la piccola e media impresa, perché il problema di fondo resta la crescita insoddisfacente per poter affrontare adeguatamente il “mercato globale”.

Il caso delle singole multinazionali che delocalizzano dall'Italia pone, dunque, in maniera drammatica il problema di questo tipo di economia globalizzata, nell'ambito della quale i capitali si spostano, secondo convenienza, dove produrre costa meno.

E davanti ad uno strapotere tanto forte da schiacciare popoli e nazioni, si mettono in tragica evidenza i ritardi culturali dell'Europa e dell'Italia, nonché i limiti delle vecchie ideologie.

Davanti alle legittime proteste dei lavoratori si fa appello alla preistorica logica del “lasciar fare”, che appare nel 21° secolo del tutto inadeguata, dal momento che il nuovo capitalismo, (definito da Luttwak “turbo-capitalismo”) è in grado di abbattere addirittura strutture sociali e Stati nazionali.