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La lezione di Shakespeare

Guardiamo alla lezione di Re Lear” ha scritto Ettore Gotti Tedeschi su La Verità” di ieri l’altro, precisando che “rischiamo di preferire ispirarci a Shakespeare piuttosto che alla nuova dottrina, anche sociale della chiesa”. Ed il riferimento al drammaturgo inglese è molto appropriato infatti Egli visse a cavallo di due epoche: quella che era al suo tramonto, e quella rinascimentale, pregna di umanesimo, che stava nascendo. Come tale, sentì il dramma dello scontro di questi due modi di essere e di pensare. Uno scontro che, allora come oggi, non ammetteva mezze misure e tantomeno un agnosticismo soprattutto in uomini che sentivano che un mondo, ormai, era sul punto di crollare ed un altro, dai contorni ancora sfumati, ma denso di nubi, era all’orizzonte della storia.
Shakespeare, come tutti coloro che non intendono ripudiare i valori in cui hanno creduto fermamente e, sopratutto, che non intendono farsi condizionare dalle mode dei tempi, restò fermo e saldo sulle sue posizioni e la maggior parte delle sue opere furono vere e proprie armi con le quali combattere, seppure allegoricamente come era consuetudine in quei tempi, le forze della disgregazione e della sovversione, che andavano portando allora formidabili attacchi alla cittadella dell'ordine medioevale.

Ogni sua produzione operava su tre piani contemporaneamente e tendeva a tre risultati: quello letterale, quello artistico e quello morale. Le tre dimensioni presenti e così note in Dante Alighieri.

Da ciò l'inconciliabilità completa della forma mentis shakespeariana con quella razionalistica ed illuministica.

A tal fine è necessario cercare innanzitutto di richiamare le concezioni e le convinzioni che Shakespeare aveva ricevuto dalla tradizione e condivideva con i suoi contemporanei; cioè quale fu il nucleo della sua coscienza, quali furono, di fronte alla realtà che lo circondava, i problemi, le reazioni, le prese di posizione che egli espresse nelle sue opere e che emergono e risultano non da più o meno ingegnose ipotesi, ma dalle opere stesse.

Il Nostro, come i greci ed i romani, prima, ed il medioevo ghibellino e guerriero, poi, riteneva che tutto l'universo e la natura fossero ordinati secondo i voleri di una razionalità superiore e divina. E proprio perché creatura di Dio la natura è buona ed ordinata gerarchicamente e tra essa ed il mondo celeste non vi è alcuna soluzione di continuità, essendo la prima al servizio di Dio; come del resto l'uomo, fatto ad immagine e somiglianza del suo creatore, è anche al suo servizio.

Quel che più risalta in tutto l'impianto dottrinario e spirituale dell'inglese è l'accettazione della concezione secondo la quale al vertice del mondo della materia sta l'uomo ed al vertice del mondo celeste sta Dio e che prima dell'uno e dell'altro vertice vi è tutta una multiforme e variegata gerarchia che va, nel primo caso, dalle pietre e dai minerali alle piante ed agli animali, nel secondo caso dal cielo della Luna all'empireo. A questa architettura cosmica deve corrispondere secondo il Nostro l’ordine all’interno dell’uomo e della società. Egli, infatti, ritiene che, come nella natura e nell'universo vi è un ordine gerarchico, così nell'uomo e nella società vi deve essere una molteplicità di piani e di gradi: nell'uomo, la materia e quindi i sensi trovansi al livello più basso, mentre lo spirito e l'intelletto trovansi al vertice ed assolvono ad una funzione di guida per tutto l'essere; nella società che è intesa come un «corpo» sociale (di qui la concezione detta organica) vi è l'umile manovale che rappresenta il piano più basso e che ha un grado di responsabilità minima nella conduzione dello Stato (ma non per questo ha minore dignità degli altri uomini) e poi salendo attraverso le varie categorie ed i vari gradi, si arriva al principe che è il vertice che regola la società e lo Stato; come lo spirito e l’intelletto regola la vita del corpo umano, come Dio è al vertice di tutto l’universo.

Da ciò la funzione propria dell'uomo che assolve il compito di anello di congiunzione tra la materia e gli angeli, essendo formato e partecipe egli stesso di due nature, una corporea e materialistica, l'altra spirituale e divina. Ed è proprio verso quest'ultima che l'uomo integrale e non sfaldato può e deve tendere se non vuole violare e rompere l'ordine che è in sè e se non vuole alterare la posizione ed il ruolo che ricopre nell'universo in genere, e nella società in particolare.

Proprio per questo lo stesso significato di «cultura» era molto diverso da quello che diamo noi, oggi, al termine; infatti per Shakespeare ed i suoi contemporanei era colto chi era saggio ed era saggio solamente chi «conosceva se stesso», nel senso di «avere coscienza del proprio fine e nozione del proprio posto nell'ordine universale». Insomma si riteneva   ed a ragione   che conoscendo il microcosmo individuale si fosse in grado di conoscere anche il macrocosmo viceversa, non essendoci barriere tra l'uno e l'altro.

Altro, quindi, che tenebre medioevali ed età oscura, come vogliono farci credere storici moderni influenzati e condizionati dal razionalismo illuministico!

Evidentemente con tutto ciò, però, non si vuol significare che gli uomini dell'Evo di mezzo avessero una visione idilliaca della vita e non si accorgessero dei mali del mondo che, evidentemente, pur allora esistevano, ma solamente che essi riuscivano, innanzitutto, a saper scindere la istituzione o l'idea dall'uomo o dagli uomini che la rappresentano: ad esempio, un re malvagio o tiranno non infirmava e comprometteva per niente l'idea e l'istituzione della monarchia, come pure le disfunzioni dell'apparato statale non facevano diminuire nei sudditi la riverenza con la quale guardavano allo Stato. Inoltre, una siffatta concezione dell’uomo e della società agiva come obbiettivo ed ideale da raggiungere ed a cui tendere ad ogni costo ed in tutte le manifestazioni della persona, ritenendosi, appunto, che tutte le anomalie ed i difetti dipendessero proprio dalla violazione dell’ordine universale e dalla rottura della gerarchia esistente in natura.

Contro questa concezione già al tempo del Nostro erano stati mossi i primi, determinanti assalti con Copernico e Montaigne e perciò Shakespeare si trovò nella condizione di chi deve scegliere: da una parte c'era il senso del dovere impersonale, la fedeltà ad un ideale o ad un uomo, il responsabile comandare, l'onore; dall'altra, invece l’individualismo atomistico e presuntuoso caratterizzato dalla concezione della vita che vuole la morale separata, per la prima volta nel mondo antico, (si ricordi che a Roma, addirittura, il piano politico e quello religioso erano indissolubilmente uniti ed incarnati nel rex che, agli inizi, era anche pontifex maximus) dalla politica; da una parte vi era lo stato come idea trascendente e permeata di spiritualità, dall’altra si propugnava il principio di uno stato laicista ed immanente, avulso completamente da ogni influenza divina. In poche parole, Shakespeare si trovò a dover prendere posizione tra una concezione nteologica ed una razionalistica e scientista della vita. Ed Egli, pur sentendo che la scelta, in definitiva, era tra un mondo che ormai moriva ed un altro che nasceva, scelse la via a difesa delle ultime luci che tramontavano. (Il testo di questo articolo è in parte ripreso da “I Proscritti, Pensatori alla sfida della modernità”. Cap.Quarto “Shakespeare e l’ordine universale”. Editoriale Pantheon).

Ci pare inutile sottolineare, a questo punto, che il dramma di questa scelta doveva accompagnarlo per tutta la sua esistenza, tanto che poté superarlo solamente impegnandosi a fondo nella creazione artistica che, tutta, porta il segno di questo conflitto interiore.

Si veda, ad esempio, questo contrasto tra i due mondi e le due mentalità nella tragedia King Lear; qui i vari personaggi sono divisi schematicamente e senza mezze misure in due gruppi; rappresentante il primo (quello di cui fan parte re Lear, Gloucester, Cordelia, Edgardo e Kent) la saggezza che pone al di sopra di ogni altra cosa il bene, tralasciando ogni preoccupazione personalistica e disinteressata; rappresentante il secondo (quello di cui fan parte Gonerila, Regana, Edmondo ed il duca di Cornovaglia) l'egoismo che antepone a tutto solamente il proprio vantaggio personale. E', questo, il mondo degli istinti e del male che metterà addirittura due sorelle l'una contro l'altra; è il nuovo mondo che sta nascendo, quello di Hobbes e del suo homo homini lupus.

Da una visione così netta, così «da crociata», si vede quanto permeata di religiosità sia tutta l'opera dell'Inglese e quanto i diversi piani, quello artistico, quello morale e quello politico, siano compenetrati l'un l'altro, come dicevamo più innanzi; insomma, quanto può e deve rappresentare Shakespeare come ancoraggio culturale ed ideologico per tutto il nostro mondo umano e politico.

Ma l'originalità e la grandezza di Shakespeare (a parte quella veramente artistica che qui non interessa) non sta solamente in questo, perché, se così fosse, si sarebbe semplicemente inserito nel filone fecondo dei «morality-play» che fiorirono nel teatro medioevale inglese. Egli, invece, meglio e più dei morality play, non intende presentarci solamente il bene ed il male, i buoni ed i cattivi, ma vuole assegnare alle sue opere il compito di rappresentare due concezioni dell'uomo e dell'universo, l'una alternativa all’altra. E, quel che più importa, vuole affidare alle sue opere la funzione di indicare una scelta precisa e categorica, anche se la più dura e la più difficile.

La scelta, cioè, dell'Ordine e della Tradizione.

Riccardo Pedrizzi

RASSEGNA STAMPA

Il Settimanale di Padre Pio - Shakespeare e la crisi del suo tempo...come oggi